Il nostro test sul K-II EMF Meter – seconda parte

//Il nostro test sul K-II EMF Meter – seconda parte

Il nostro test sul K-II EMF Meter – seconda parte

Il nostro test sul K-II EMF Meter
di Daniele Bolognari e Luca Bona – Seconda parte

Nella prima parte abbiamo riportato le caratteristiche del K-II EMF Meter elencate nel sito del rivenditore italiano, nonché le note di utilizzo scritte nel manuale utente. Abbiamo inoltre pubblicato lo schema elettrico dello strumento e il principio di funzionamento su cui si basa. In questa seconda parte descriveremo i test effettuati.

Test effettuati
Prima di tutto abbiamo ripetuto i test effettuati da Kenny Biddle e da lui descritti nell’articolo che abbiamo tradotto e pubblicato su questo stesso sito; abbiamo cioè testato lo strumento in prossimità di: una videocamera, un flash, una ricetrasmittente, un telefono cellulare, un mouse wireless. I risultati hanno confermato l’accensione di un numero di Led compreso tra 2 e 5 (il primo Led è sempre acceso) a seconda dell’apparecchiatura impiegata e della distanza tra lo strumento e l’apparecchiatura stessa.

Abbiamo constatato che lo strumento rileva i campi EMF (electromagnetic fields, ovvero campi elettromagnetici) presenti in prossimità di moltissime apparecchiature elettriche ed elettroniche: telefoni cordless, pc, router wifi, alimentatori switching, caricabatteria per cellulari, forni a microonde, lampade fluorescenti e a Led, variatori di luminosità, taser, televisori, asciugacapelli, rasoi elettrici, ventilatori, motori elettrici in generale, nonché le linee elettriche che alimentano una o più delle suddette apparecchiature.

Alcuni test sono stati effettuati nella struttura fortificata seminterrata della Golena San Massimo di Padova (vedasi l’articolo di Alessandro Falcone 50 sfumature d’infrarosso: 3. L’indagine fantasma), cui si riferiscono le fotografie seguenti

Fig. 6B

Fig. 7B

In tale circostanza non vi è stato alcun comportamento anomalo dello strumento che ha segnalato solamente i campi EMF prodotti dalle nostre attrezzature.

Come avevamo previsto analizzando lo schema elettrico del K-II EMF Meter, muovere lo strumento in prossimità di un magnete (o in alternativa muovere un magnete in prossimità dello strumento) provoca l’accensione di un certo numero di Led a causa della f.e.m. (forza elettromotrice) indotta sulla bobina L che nello strumento svolge la funzione di rivelatore dei campi EMF.

Allo scopo di verificare se lo strumento è in grado di rilevare anche le emissioni radio (modulate e non) e su quali frequenze, abbiamo effettuato alcuni test ponendo due strumenti nuovi di fabbrica, acquistati dallo stesso rivenditore ed alimentati con lo stesso tipo di batteria, all’interno di una camera anecoica schermata rispetto ai campi EMF. Sono stati utilizzati due distinti strumenti per verificare le eventuali differenze di comportamento tra dispositivi che dovrebbero fornire, a parità di condizioni, le stesse indicazioni entro i limiti delle rispettive tolleranze.
Le apparecchiature di controllo della camera anecoica nonché il monitor che inquadrava i due K-II EMF Meter sono visibili nella fotografia seguente

Fig. 1B

I due strumenti posti all’interno di tale ambiente schermato non hanno rilevato la presenza di campi EMF. Si può quindi affermare che in assenza di campi EMF lo strumento non fornisce false indicazioni.
Tramite un generatore sono stati successivamente immessi all’interno della camera anecoica campi EMF di intensità pari a 1 Volt/metro e sino a un massimo di 5V/metro, a frequenza compresa tra i 20 Hz e i 2 GHz, con e senza modulazione. Entrambi gli strumenti hanno segnalato la presenza dei campi a partire dai 270 MHz.
I valori di intensità di campo indicati dai due strumenti al variare della frequenza differiscono talora in modo significativo, come risulta visibile nelle fotografie che seguono

Fig. 2B

Fig. 3B

Fig. 4B

I due strumenti hanno mostrato una sensibilità diversa alle varie frequenze, con picchi in corrispondenza di determinate radiofrequenze, in particolare in corrispondenza dei 450 MHz.

Abbiamo posto all’interno della camera anecoica un telefono cellulare acceso in modalità di “inoltro chiamata” settato per funzionare nelle diverse modalità di rete (GSM 900/1800 MHz, UMTS 2100 MHz). I due strumenti hanno segnalato la presenza di un campo EMF di intensità variabile (questo comportamento è giustificato dal tipo di emissioni dell’apparecchio telefonico in fase di chiamata). In questo caso non si è osservata alcuna differenza tra i valori indicati dai due strumenti, come risulta visibile nella fotografia seguente

Fig. 5B

Abbiamo effettuato un test utilizzando un trasmettitore WI-FI (Ubiquiti mod. M5), operante sulla banda di frequenza compresa tra i 4,5 e i 6 GHz, comunemente utilizzato in ambito commerciale per effettuare collegamenti digitali a media distanza: impianti d’allarme, domotica, trasmissione dati, sistemi di videosorveglianza ecc.
Nel test il trasmettitore è stato puntato in direzione dello strumento posto ad una distanza di circa 150 metri. In queste condizioni lo strumento ha rilevato un’intensità di campo superiore a 20 mG. È importante sottolineare che tali trasmettitori generano una portante altamente direttiva (trasmettitore e ricevitore devono “vedersi”) ma, per l’elevata potenza erogata e in ragione delle frequenze utilizzate, può essere oggetto a rifrazioni e riflessioni, dovute alla presenza di ostacoli naturali o artificiali, il che rende il segnale rilevabile anche a lunghe distanze in aree limitate a pochi metri quadri.

Come accennato nel precedente articolo, esiste in commercio uno strumento del tutto simile al K-II EMF Meter. Trattasi del VTEMF della Velleman, venduto online in Italia da diversi rivenditori al prezzo di 46 euro. Lo strumento nei vari siti viene descritto come “Dispositivo in grado di rilevare l’intensità dei campi elettromagnetici generati da varie fonti: cavi d’alta tensione, trasmettitori radio, forni a microonde, impianti industriali, ecc. Dispone di 4 LED d’indicazione: 1, 3, 6, 10 mG”. Nei siti visitati non vi è alcun riferimento alle ricerche nel campo del paranormale.
Come visibile nelle fotografie seguenti, lo strumento utilizza come elemento rilevatore una bobina di rame, che contrariamente al K-II EMF risulta separata dal circuito stampato, impiega componenti SMD e comprende anche un buzzer che emette un avvertimento acustico quando l’intensità del campo supera i 10 mG.

Fig. 8B

Ponendo l’interruttore su On si accendono per un breve istante tutti i Led e viene emesso un breve segnale acustico. Subito dopo i Led si spengono in sequenza dal rosso al secondo verde (il primo Led verde rimane acceso per indicare che lo strumento è acceso). Questo comportamento è diverso da quello del K-II EMF che, una volta acceso, esegue una sorta di auto-test: i Led si accendono dal primo all’ultimo (dal verde al rosso), per poi spegnersi dall’ultimo al primo Led verde (che continua a rimanere acceso), per  due volte e in rapida successione.
Come ha fatto notare Kenny Biddle nel suo articolo già citato «Con un po’ di pratica, è semplice individuare il punto di contatto dove il pulsante si posiziona tra acceso e spento senza che l’operatore veda o senta se si trova in posizione di spento. Poiché l’auto-test del dispositivo fa sì che tutti e cinque i Led si illuminino due volte e quando l’alimentazione viene interrotta il primo Led si spegne […], possiamo tornare ai primi utilizzi del dispositivo in alcuni popolari spettacoli televisivi e vedere che il comportamento dello strumento era probabilmente dovuto a questa causa piuttosto che a una qualche “comunicazione con gli spiriti” […] Questo particolare “trucco” alla fine divenne noto alla maggior parte dei cacciatori di fantasmi».
Per questo motivo il modello K-II EMF Deluxe che abbiamo testato viene reclamizzato nel sito del rivenditore italiano come una versione migliorata del modello K-II EMF “usato in tutto il mondo anche come strumento per esperimenti e ricerche di fenomeni paranormali” e questo solo per la presenza dell’interruttore al posto del pulsante che garantirebbe una “maggiore praticità e affidabilità”. È bene precisare che non esiste alcun motivo logico del perché l’auto-test debba avvenire con queste modalità (e infatti il VTEMF non lo utilizza) e che quindi probabilmente  è stato pensato per consentire di far ricorso al suddetto trucco.
I due strumenti hanno scale leggermente diverse 1.5, 2.5, 10, 20 mG il K-II EMF e 1, 3, 6, 10 mG il VTEMF ma confrontando il comportamento dei due strumenti in presenza di campi EMF abbiamo constatato che forniscono sostanzialmente le stesse indicazioni, come visibile nella fotografie seguenti

Fig. 9B

 

Nella terza e ultima parte esporremo le considerazioni e le conclusioni cui siamo pervenuti a seguito dello studi e dei test effettuati.

2017-09-05T09:52:47+00:00luglio 15th, 2016|Articoli|Commenti disabilitati su Il nostro test sul K-II EMF Meter – seconda parte